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Un po’ di Stramilano e la provincia di Lecco ieri, quella di Brescia domani, e oggi tocca alla tana del lupo: Arcore, stabilimento Knorr, perchè la crisi sta sfinendo anche la Lombardia (e infatti giovedì, in chiusura della campagna, sarà davanti ad alcune delle centinaia di fabbriche a rischio). Un pezzo alla volta, Filippo Penati sta battendo tutta la regione, col metodo antico del «casa per casa» - ormai antico anche per lui, che è alla sua quinta campagna elettorale: due come sindaco di Sesto San Giovanni, due per la Provincia di Milano, e ora questa, come presidente della Lombardia. Candidarsi qui, dove sono nati sia la Lega sia Forza Italia prima e il Pdl poi, dove ad ogni elezione se anche perdono consensi (il Pdl soprattutto) si mantengono comunque solidi, e dove al vertice del Pirellone siede la stessa persona da 15 anni, con quello che comporta in termini di radicamento e diffusione capillare del potere politico-economico, ha del coraggioso, quasi dell’eroico.
Il candidato Penati lo sa molto bene. Ma sta anche verificando sul campo che negli ultimi tempi qualcosa è cambiato, qualche crepa si è aperta profonda e sta erodendo dall’interno il monolite Pdl-Lega. E su queste il centrosinistra deve fare perno, per ridare fiato alla Lombardia ma non solo: perchè è impensabile governare il paese senza Milano e senza la regione più ricca d’Italia. Mentre il suo diretto avversario, il presidentissimo di inossidabile fede ciellina Roberto Formigoni, pare svolazzi in elicottero per la piana lombarda, lui se la gira tutta in pullman da settimane. «Una faticaccia. Ma molto utile, sul pullman salgono anche i candidati delle varie province, si impara a conoscere davvero la Lombardia e la sua gente. Dall’elicottero invece, la puoi vedere solo dall’alto in basso...».
Penati, lei invece che cosa vede? Che clima coglie nel fortino della destra? «Il clima è buono, vivace come non lo vedevo da tempo. Di indignazione civile rispetto ad un governo che cambia le regole a forza di leggi ad personam. Anche qui non ci si rassegna a vedere continuamente calpestate le regole e la Costituzione, ad assistere ad un perenne scontro istituzionale. I lombardi poi hanno preso malissimo lo scudo fiscale: questa è una terra di lavoratori, di piccoli e medi imprenditori, che certo non gradiscono si facciano regali a chi ha portato capitali all’estero. C’è anche molta disaffezione alla politica, purtroppo con la tendenza a non fare distinguo tra destra e sinistra».
Che risultato si aspetta? Vittoria a parte, qual è il suo obiettivo? «Il risultato sarà buono, verrà dato un segnale importante anche a tutti gli elettori delusi dalla politica. L’obiettivo è cercare di costruire un progetto, di riannodare i fili del legame tra la proposta politica del centrosinistra e la Lombardia».
Ha già detto che non si candiderà a sindaco di Milano l’anno prossimo, conferma? «Confermo. Adesso c’è da costruire una classe dirigente diffusa, anche pensando all’anno prossimo. Comunque già alle regionali Milano avrà un gran risultato, perchè è qui l’epicentro della volontà di rinnovamento, di cambiamento di rotta».
Dopo 15 anni di Formigoni, com’è diventata la Lombardia? «È un po’ più provinciale, più chiusa, e molto più leghista. Dopo 15 anni di Formigoni e di Berlusconi, il vincitore è Bossi».
Lei come la vorrebbe? «Con i piedi nel borgo, cioè nelle sue tradizioni, e la testa nel mondo: aperta alla ricerca di soluzioni diverse, creative, innovative, capace di accoglienza. Oggi è capovolta, come una clessidra».
ll caos liste ha evidenziato una volta di più lo scontro tra Pdl e Lega, Bossi stesso ha parlato di una “Lombardia che non decolla”. «Se non decolla, è anche colpa sua: dov’era in tutti questi anni? La loro coalizione non è più credibile, la rissa è continua. Se vincesse, Formigoni sarebbe commissariato dalla Lega, e al Pirellone avremmo una lunga paralisi istituzionale. Ancora oggi dal Carroccio è arrivato un avviso di sfratto al sindaco Moratti con un anno di anticipo (i lumbard stanno già opzionando la scelta del candidato sindaco, ndr.)».
Sabato scorso a Milano la manifestazione contro le mafie: anche pensando all’Expo e all’allarme appalti lanciato da molti, la Regione sta facendo abbastanza per evitare infiltrazioni mafiose e combattere la corruzione? «Assolutamente no. Questa è la regione dell’incontro tra finanza e politica, l’epicentro del riciclo di denaro sporco, ma non si fa proprio nulla. Del resto, un assessore regionale (Prosperini, ndr ), accusato tra l’altro di corruzione, ha appena patteggiato nel totale silenzio di Formigoni. Io ho in mente controlli a tappeto e una serie di norme per la trasparenza, tra cui un registro degli eletti, dettagliato e pubblico».
Due provvedimenti che metterebbe in campo subito? «Tagliare l’addizionale Irpef dello 0,5% e dare 700 euro al mese ai precari che perdono il lavoro. Formigoni dice che non è una spesa sostenibile: si tratta di 250 milioni su un bilancio di 23 miliardi, se no ln si è capaci di trovarli meglio cambiare mestiere».
Laura Matteucci - L'Unità
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