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| Donne in pensione a 65 anni da subito? Il Pd: "Prima la parità sul lavoro e nel welfare" |
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| Scritto da Partito Democratico | |
Donne in pensione a 65 anni da subito? Il PD: "Prima la parità sul lavoro e nel welfare"La UE scrive al governo intimando l'equiparazione dell'età pensionabile. Bindi: "Prima partità di retribuzione e servizi per le famiglie". Damiano e Gozi presentano le proposte del PD a partire dalla scelta individuale in un range 60-70 anni
In una lettera che Bruxelles ha inviato alle autorità italiane si chiede di adeguarsi immediatamente alla sentenza della Corte europea di giustizia che già nel 2008 chiedeva al nostro Paese di innalzare l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, portandola da 60 a 65 anni, lo stesso livello previsto per i colleghi maschi. La richiesta è infatti quella di abolire il periodo di transizione previsto. Nella missiva firmata dal vicepresidente dell’esecutivo europeo, Viviane Reding, si danno a Roma due mesi di tempo per rispondere. Dopo di che, senza sostanziali novità, Bruxelles passerà alle fasi successive della procedura di infrazione. Il Governo è sorpreso, la Confindustria a guida femminile lesta a dire sì, mentre il PD presenta subito delle proposte con cui rispondere. "L'ultimatum della Commissione Ue all'Italia ci preoccupa molto: crediamo che sia una sonora bocciatura per il governo italiano" affermano Cesare Damiano e Sandro Gozi, capogruppo del Pd rispettivamente nelle commissioni Lavoro e Politiche della Ue di Montecitorio, che propongono al ministro Sacconi di tener conto delle nostre proposte. In particolare, per il Pd è urgente fondare la definizione delle età pensionabili sulla flessibilità recuperando la legge Dini del 1995; proporre un'età pensionabile inserita in un range compreso fra i 60 e i 70 anni, all'interno del quale i lavoratori e le lavoratrici possano esercitare una scelta individuale e volontaria; utilizzare i risparmi derivanti dal nuovo regime per disegnare un nuovo sistema di welfare basato sull'effettiva eguaglianza di opportunità tra uomini e donne, che concili il lavoro famigliare e la vita professionale. “Ci auguriamo che il ministro Sacconi non chiuda le porte del confronto", concludono Damiano e Gozi. Tutti i democratici mettono l’accento proprio su questo: non c’è una parità reale nel trattamento di uomini e donne sul lavoro, nelal conciliazione tra lavoro e impegni familiari, e finché non ci sarà parità di diritti non si può pretendere gli stessi obblighi per le donne italiane. Sergio Cofferati e David Sassoli, parlamentari europei del Partito Democratico veodno nel richiamo della Commissione un “curioso aiuto all'esecutivo. Il vero tema non è quello parificazione a 65 anni, che è già stata decisa, ma della totale mancanza da parte del Governo italiano di misure per garantire parità di trattamento tra donne e uomini in termini di retribuzione, di ingresso e di uscita dal mercato del lavoro, di progressione di carriera e di protezione sociale nel corso della vita lavorativa. I principi e le politiche per la parità di trattamento sono indicati come vincolanti dal Trattato e dalle direttive europei, dunque il loro rispetto e attuazione dovrebbero essere sorvegliati rigorosamente dalla Commissione". Anche per Rosy Bindi, presidente Assemblea nazionale del PD la vera parità comincia dalle opportunità di lavoro, “con la parità nelle retribuzioni e nei percorsi di carriera, con politiche di conciliazione, con i congedi parentali e i servizi a misura di famiglia. Le donne italiane aspettano da molto tempo di essere trattate alla pari e di veder riconosciuto il valore sociale ed economico del lavoro di cura, per i figli o gli anziani non autosufficienti”. Invece oggi l’Italia è il paese con un tasso di occupazione femminile tra i più bassi dell’Unione europea e in cui le donne si sobbarcano i costi e le fatiche che nei grandi paesi europei sono a carico di tutta la comunità con un sistema moderno ed efficiente di welfare: assegni per i figli, asili nido e scuole a tempo pieno, flessibilità negli orari e nell’organizzazione dei tempi di vita e di lavoro. “L’Europa, caro ministro, non ci impone di iniziare dalla coda del problema – conclude la Bindi - ci impone di non usare l’età pensionabile delle donne come un alibi per conservare lo status quo di uno scambio, questo sì davvero iniquo, tra la durata del lavoro e un welfare residuale e “fai da te”. Insomma un no niente affatto ideologico “Fino a quando lo stato del welfare italiano sarà tale da costringere le donne a fare almeno due lavori, di cui uno non pagato e non riconosciuto, sarò contraria all'innalzamento dell'età pensionabile per le donne - afferma Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama - serve uno stato sociale (asili, assistenza, congedi parentali, etc.) che garantisca le donne. E questo in Italia non c'è. Anzi la manovra approntata dal governo, tagliando risorse agli enti locali, non fa che ridurre i servizi di welfare per le famiglie. Capisco che l'Europa ci chieda di innalzare l'età per le donne , ma prima ci sono cose più urgenti da fare".Dopo due anni da capogruppo la Finocchiaro sa bene che il governo non ha fatto nulla per migliorare lo stato del welfare per le donne, “e sarebbe sbagliato muoversi ora in fretta e in modo inadeguato solo per rispondere alle sollecitazioni della UE. Noi abbiamo presentato le nostre proposte e non ci sottraiamo a nessun confronto. Ma non accettiamo diktat”. Parla di pasticcio la senatrice Vittoria Franco: “Il problema si risolve soltanto aprendo una finestra di età pensionabile che valga per le donne e per gli uomini altrimenti continuerà inesorabile la penalizzazione delle donne nel mondo del lavoro e nella società. All'innalzamento - prosegue la senatrice - non c'è nessun risarcimento: non c'è garanzia di parità di trattamento tra uomini e donne in termini di retribuzioni, ingresso e uscita dal mercato del lavoro, progressione di carriera e protezione sociale nel corso della vita lavorativa, non si rafforza il welfare e non si incentiva la maternità. Senza considerare che stiamo vivendo una crisi economica che danneggia fortemente le donne come dimostra il pesante tasso di occupazione femminile tra i più bassi della Ue". Emma Marcegaglia invece è d’accordo con la UE. La Presidente di Confindustria spiega: “E’ un tema vero e va affrontato in un Paese come il nostro, dove l’età media è fortunatamente molto alta specialmente per le donne. Perciò, non sono affatto spaventata che le donne possano andare in pensione un po' più in là nel tempo”. Ma se confrontiamo l’Italia con gli altri paesi europei, come hanno fatto Damiano e Gozi su l’Unità, vediamo che da noi vi è la maggiore differenza fra uomini e donne rispetto alla media europea: in pensione gli uomini ricevono il 64%, contro il 46% delle donne, rispetto all’ultimo stipendio. Così c’è solo spazio per una misura dispari e ingiusta. E' dispari perché la parità per le donne esiste solo per le pensioni. La parlamentare del Pd Anna Maria Carloni ricorda alla Marcegaglia che “sono rimasti sulla carta tutti gli impegni presi per i servizi, la conciliazione dei tempi, i congedi, gli incentivi e le politiche per l'occupazione femminile. Sono state fatte solo chiacchiere, con l'unico risultato che, di fatto, l'innalzamento dell'età pensionabile già c'è, perché molte donne sono costrette a lavorare oltre i 60 anni, se vogliono avere una pensione dignitosa. Vorrei ricordare alla Marcegaglia che innalzare l'età pensionabile è una misura pesante per le donne salariate - conclude -, per chi non ha un lavoro dirigenziale e creativo, che l'età reale di pensionamento delle donne è più alta di quella degli uomini e solo l'1% delle donne arriva ai 40 anni di anzianità perché troppo a lungo restano fuori dal mercato del lavoro”.
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