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Convegno: Rifare l'Italia, rinnovare il PD PDF Stampa E-mail
Notizie - Rassegna stampa
Scritto da Daniele Marantelli   
Venerdì 16 Settembre 2011 16:56


INTERVENTO ON. DANIELE MARANTELLI AL CONVEGNO:
RIFARE L’ITALIA, RINNOVARE IL PD

PESARO, 3 SETTEMBRE 2011

 

Ringrazio Matteo Ricci e Francesco Verduci per la convocazione.

E’ stato detto che cominciamo con un po’ di ritardo perché quelli del Nord hanno incontrato traffico. Credo di essere tra i presenti il più a Nord. Abito a pochissimi chilometri dalla Svizzera. Eppure alle 9, con un’ora di anticipo sull’inizio dei nostri lavori, ero sul lungomare di Pesaro. Per essere puntuali bisogna partire per tempo.

Anche nella nazionale Under 23 ci sono i fuori quota.

E’ il mio caso di oggi. Ho accolto tuttavia l’invito, convinto, non da ora,  che il nostro partito e il nostro Paese hanno bisogno delle idee, dei valori, dell’esperienza che ho conosciuto in molti di voi. C’è bisogno, voglio dirlo subito, di maggiore coraggio e di maggiore assunzione, esercitandola, di responsabilità. Ogni botte dà il vino che ha. Ciascuno di noi è portatore di idee e limiti, successi ed errori.

Nel 1994, dopo la sconfitta dei progressisti, ritenevo necessario ed urgente che si desse vita al Partito Democratico. Mi dissero che ero moderato. E’ certo che non sono un tempista. E’ chiaro, però, che già allora erano mature le condizioni per un progetto peraltro tuttora incompiuto. Non si realizzò per egoismo delle classi dirigenti.

Oggi abbiamo in Italia 60 milioni di ministri del Tesoro. C’è chi, anche nelle élites, pensa che siamo di fronte ad una crisi congiunturale. Pochi giorni prima della manovra del 13 agosto su un grande giornale italiano, in un’editoriale, si magnificava il possibile colpo d’ala dell’attuale capo del Governo. Incredibile? Direi di no.  Bertold Brecht diceva che chi non conosce la storia è uno stolto ma chi la conosce e la distorce è un delinquente.

E’, insomma, chiaro che non siamo di fronte ad una crisi congiunturale, ma a cambiamenti epocali. Rispetto ai quali le forze progressiste e democratiche europee sono state quasi ovunque sconfitte. Sconfitte perché è prevalso un sentimento di paura in società sempre più stanche e vecchie, come ama ripetere spesso un grande italiano come il cardinale Martini. E dove abbiamo visto esplodere fenomeni xenofobi perfino nel Canton Ticino, in Olanda, Finlandia. Aree ricche.

Si sono affermati nel mondo poteri enormi. Finanza, reti informatiche, terrorismo. Tutti esenti da responsabilità democratiche ed etiche. Cresciuti in un vuoto della politica mondiale e in un mondo che non ha mai conosciuto trasformazioni così profonde dai tempi delle scoperte geografiche. Noi dobbiamo essere sostenitori dell’integrazione politica dell’Europa. Non dimenticando mai che il nazismo, il comunismo e lo stalinismo sono nati nel cuore dell’Europa.

Per l’Italia la sfida è davvero difficile. Siamo da circa 20 anni in piena crisi di sistema e in assenza di crescita. Una crisi acuta del sistema politico, accentuata dai colpi subiti dalla classe dirigente colpita duramente durante la stagione di tangentopoli e per le caratteristiche della destra italiana. C’è una differenza rispetto al ’92. Allora venivano colpiti i partiti. Oggi è colpito il Parlamento. Non è un caso che il vento dell’antipolitica sia alimentato da forze conservatrici  e populiste per fiaccare ogni possibile alternativa ad un governo che ha fallito.

Dobbiamo sforzarci di parlare all’Italia. Come partito abbiamo fatto molto a partire dall’assemblea programmatica dello scorso ottobre a Busto Arsizio. Appuntamento tutt’altro che velleitario. Al di là di alcune elaborazioni innovative su piccole imprese e fisco, da lì è partita una sfida, anche simbolica, a Lega e PDL che ha cominciato a dare frutti nelle ultime elezioni amministrative.

Rilanciare la crescita, premiare chiunque crea valore aggiunto, modernizzare lo Stato: questa è la nostra missione. Noi esportavamo il 60% in Europa. Quel ciclo, Berlusconi o non Berlusconi, è finito. O aggrediamo nuovi mercati con nuovi prodotti o il Paese rischia spaccature drammatiche, al di là delle intenzioni della Lega.

La più grande multinazionale di elettrodomestici ha un’importante centro di ricerca in Italia: Potrà permettersi a lungo di realizzare lo stesso prodotto in 3 regioni differenti? So che ogni ingegnere in ricerca  “equivale” a 50 operai. So che se gli stessi ingegneri fossero spostati a Lugano quell’azienda avrebbe sgravi fiscali del 20/25%. So che gli investimenti della Novartis di Origgio (centinaia di ricercatori) sono decisi a Basilea. Ho fatto questi due esempi per porre un tema centrale. Restituire all’Italia attrattività negli investimenti stranieri che oggi ci lasciano, e si capisce la ragione, agli ultimi posti della classifica mondiale.

Non ci può essere alcun nuovo modello di sviluppo in assenza di cultura industriale. Non certo colmata dall’attuale Esecutivo che è il Governo a maggiore trazione lombarda della storia repubblicana. Ragioni di tempo sconsigliano dal fare elenchi. Un esempio di sciatteria, però, è giusto richiamarlo. Si chiama Malpensa. E’ incredibile che uno dei 10 Paesi più industrializzati del mondo sia privo di un piano nazionale del trasporto aereo e degli aeroporti e cioè della modalità più moderna di trasporto di persone e di merci.

E’ necessario imporre una stringente agenda di cambiamento. Una nuova idea dell’intervento pubblico. Riforma fiscale. Sostenibilità dei regimi pensionistici. Giustizia. E quando qualcuno, come ha fatto Andrea Orlando, ha avanzato proposte di cambiamento che sono state oggetto di pesanti critiche anche nel centrosinistra, occorre reagire, combattere.

Distribuzione del reddito. Sono figlio di operai. Per vent’anni ho timbrato il cartellino. Non esiste che un operaio guadagni 40 euro al giorno e un dirigente 400. Ha fatto bene Zingaretti a richiamare questo tema così come ha ragione Fassina quando ricorda che l’immobilità sociale è uno dei fattori di crisi più importanti della società italiana.

Essere in sintonia con il Paese significa attaccare, nei prossimi mesi, il Governo sulla manovra economica, accompagnando la nostra iniziativa con una maggiore diffusione delle proposte del PD. Che ci sono!

Non possiamo aggirare i problemi posti dalla vicenda di Penati. Nessuna indulgenza per comportamenti meno che trasparenti, anche se intorno al rapporto politica/economia persistono tassi di ipocrisia plateali. Ma noi dobbiamo essere consapevoli che ci sono forze, quelle che, per capirci, non vogliono mai pagare il conto, impegnate a mortificare ogni alternativa di Governo che abbia come perno il nostro partito. 

Noi abbiamo grandi potenzialità. Il PDL è in caduta. La Lega è alle corde sotto i colpi della crisi. Le armi di distrazione di massa (ronde, classi ponte, ministeri del Nord) non funzionano più. Anche se è il caso di ricordare che nella città di Varese, culla del Carroccio, che esprime due ministri come Bossi e Maroni, già, alle ultime elezioni politiche del 2008, il PD ottenne alla Camera il 4% in più rispetto alla Lega Serve più lotta politica contro gli avversari, non tra di noi.

La conferenza sul partito deve servire per parlare al Paese. Un Paese frammentato, diviso, impaurito e rancoroso. I partiti nazionali sono tra i pochi soggetti unitari. Va preservata questa dimensione del PD che, però, deve essere federale, popolare, riformista, radicato nelle comunità. Ho perso il conto della galassia di correnti e sottocorrenti. Sei anni di segretario di sezione, sei anni di segretario cittadino, 7 anni di segretario provinciale, 7 anni di consigliere capogruppo, mai funzionario di partito, mi hanno immunizzato dalla patologia correntizia. Il pluralismo è una ricchezza, l’anarchia un virus letale. Serve più solidarietà. Occorre contrastare i ribassisti. Quelli che stanno in silenzio quando le cose vanno bene. Che attaccano il PD di fronte alle prime difficoltà. Servirebbe semmai la corrente di quelli che vogliono bene al PD e che parlano bene del PD. Non di rado, invece, è accaduto e accade di sentire dirigenti del PD parlare male in tv del partito di cui sono dirigenti. Occorre rafforzare il legame con il territorio. Anche se grandi banchieri non entreranno nel PD, so che, da oltre un anno e mezzo, le banche si occupano quasi solo di ristrutturazione del debito delle imprese e quasi mai di prestiti e di leasing per investimenti.

Ringiovanimento non è sinonimo di rinnovamento. Ma senza sangue nuovo le energie del 1996 non sono sufficienti per vincere le sfide che l’Italia ha davanti a sé. Anche se, voglio dirlo con chiarezza, Bersani ha le qualità per essere candidato a premier non solo perché è scritto nel nostro Statuto. Ho imparato a conoscere in questi anni molti di voi. So che ci sono, al di là delle provenienze, risorse politiche capaci di parlare con speranza ad un Paese sfibrato e che, però, conserva energie insospettabili.

E’ tempo di coraggio e di gioco di squadra. Nel PD abbiamo grandi individualità, ma gravemente carenti nel gioco di squadra. Gli elettori di centrosinistra, da anni, chiedono unità. Da anni, salvo rare eccezioni, si fa il contrario. Mi auguro che qui non si ripetano quegli errori. Per ciò che ho sentito oggi posso dire che farò i 420 chilometri di ritorno che mi separano da Varese con più fiducia e speranza nella possibilità che si dia una mano a delineare un nuovo progetto di sviluppo e una nuova gerarchia di valori (libertà e uguaglianza su tutti) per il nostro Paese e una più forte autonomia culturale per il nostro partito.     

 
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