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Intervista a Daniele Marantelli PDF Stampa E-mail
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Scritto da E.C. - Il Giorno   
Giovedì 13 Ottobre 2011 16:28

LUMBÀRD SUBALTERNI
AL PREMIER BERLUSCONI
LA BASE LO HA CAPITO

Daniele Marantelli analizza il momento difficile della Lega Nord sul territorio e a Roma


C'è chi, a metà fra l'apprezzamento e la malignità, lo ha battezzato il «leghista rosso». L'onorevole Daniele Marantelli (Pd), noto per il suo rapporto con il senatùr Bossi e il ministro Maroni, non è certo tenero con i suoi «amici».


Onorevole, cosa sta accadendo alla Lega?
«Nel quadro della più grande crisi economia e finanziaria degli ultimi 60 anni che ha investito come un uragano le forze politiche e sociali sarebbe stato ingenuo pensare che il Carroccio potesse rimanere l'unico soggetto immune alle difficoltà".

 

Cosa c'entra la crisi con le fratture nella Lega?
«Il Carroccio fa parte di un governo che non ha saputo prendere di petto la situazione ma ha preferito inanellare provvedimenti come il lodo Alfano e il legittimo impedimento, oltre a pensare alla salvezza di esponenti della maggioranza come Cosentino, Milanese e Romano. La Lega ha ingoiato tutti questi rospi, giustificando la scelta come una sorta di scambio per centrare l'obiettivo della riforma federale dello Stato. Poi, però, il giocattolo si è rotto».

 

Quando?
«Lo spartiacque sono state le Regionali del 2010. Da lì, anche in seguito alle manovre penalizzanti nei confronti degli enti locali, tanti amministratori leghisti si sono trovati di fronte a un'amara realtà segnata dalla centralizzazione delle risorse e dalla morsa del patto di stabilità».

 

Solo questo?
«No di certo. Sono convinto che il popolo leghista abbia compreso che il Carroccio non può vantare una golden share sul governo, tesi sostenuta da molti commentatori ma che io ho sempre respinto. E vero il contrario. La Lega ha un suo peso, certo, ma alle strette si è sempre piegata alle decisioni di Berlusconi. Questo subalternità è stata percepita dagli amministratori, dai militanti e dagli elettori. Ed è scattato il corto circuito politico, palesatosi in tutto il suo clamore alle ultime elezioni amministrative».

 

Tutto si riduce al contrasto fra chi vuole continuare il rapporto con Berlusconi e chi vuole lasciarlo?
«Non solo. Al fondo vedo il desiderio da parte di molti di recuperare un'autonomia politica oggi largamente compromessa. I dissidi personali e i piccoli risentimenti di paese sono solo una conseguenza di un problema di carattere strategico».

 

In concreto?
«Quando Maroni sposa la protesta degli enti locali non lo fa per demagogia, ma perché ne conosce le condizioni».

 

E allora perché non strappa?
«Da un lato c'è il calcolo realistico di chi non riesce a vedere una prospettiva alternativa all'attuale alleanza di centrodestra, dall'altra anche il legame affettivo con Bossi ha un suo peso. Il congresso di Varese, però, ha dimostrato che quando la pentola è in ebollizione gli appelli alla calma cadono nel vuoto. Anche per questo sono convinto che Maroni, prima o poi, dovrà assumersi l'onere di un'iniziativa politica».

 

La Lega mollerà Berlusconi?
«Bisognerebbe chiederlo ai leghisti. Mi pare che molti nella Lega pensino che oggi sia necessario riconquistare un'autonomia politica e culturale. Per fare cosa? Le strade sarebbero molteplici. Dalla corsa in solitaria, alla ricontrattazione dell'intesa nel centrodestra fino alle alleanze a geometrie variabili. Se però non ci sarà alcuna svolta rimarremo alla logica di un Berlusconi che comanda e di una Lega che obbedisce».

 
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